L’Arno strettamente urbano
Itinerario n° 2
L’itinerario segue il corso dell’Arno da dove il fiume arriva entro il confine comunale di Firenze, a dove ne esce.
Percorso
Dalla stazione di Santa Maria Novella, in autobus, si raggiunge il capolinea della linea 14, a Sant’Andrea a Rovezzano e da qui di ponte in ponte si segue l’Arno fino al Piazzale dell’Indiano.
Ponte della ferrovia a Sant’Andrea a Rovezzano
Ponte di Varlungo
Ponte Giovanni da Verrazzano
Ponte San Niccolò
Ponte alle Grazie
Ponte Vecchio
Ponte Santa Trinita
Ponte alla Carraia
Ponte Amerigo Vespucci
Ponte alla Vittoria
Passerella dell’Isolotto
Ponte dell’Indiano
Passerella sul Mugnone
Ogni insediamento umano è inscindibilmente collegato alle risorse d’acqua disponibili, da cui ne derivano possibilità e caratteristiche di sopravvivenza, crescita e evoluzione del sistema di organizzazione sociale, economica e culturale.
Un fiume è dunque un elemento determinante della struttura urbana che attraversa e, a sua volta, ne risulta profondamente alterato.
La città si adatta al fiume che lentamente costruisce e trasforma.
Per questo esplorarne il corso porta a individuare tracce che rendono più facilmente comprensibile la storia della città stessa, ripercorrendone, come in tutte storie, momenti felici e drammatici che continuamente si alternano.
Le Mulina di Rovezzano riva destra
Dalla Stazione di Santa Maria Novella, in autobus, si raggiunge il capolinea della linea 14, a Sant’Andrea a Rovezzano e, percorso un breve tratto della via Aretina, in direzione Ovest, si prende per Via S. Andrea a Rovezzano e poi Via dei Mulini di Rovezzano fino al Fiume.
In questo tratto il fiume non aveva un tracciato ben definito come quello attuale contenuto entro gli argini e aveva più rami che se ne distaccavano.
Le piene inondavano spesso le zone circostanti, formando anche piccole aree paludose (ancone ne è traccia la toponomastica: Via del Padule, Via del Bisarno, Varlungo).
Gli antichi edifici prospicienti il Fiume (ora trasformati in villa) erano mulini e gualchiere (dove si follavano i tessuti di lana per farne feltri), con pescaia e porto: approdo verso la città degli Albizi, provenienti da Nipozzano, sopra Pontassieve.
Lungo il greto del fiume, numerosi erano mulini e gualchiere a cui erano collegate gore, pescaie o semplici steccaie, che permettevano di utilizzare la forza motrice dell’acqua in ogni stagione, anche se contribuivano ad ostruire la navigazione e accumulavano materiali che, liberati improvvisamente dalle piene, costituivano un grosso pericolo per le zone a valle.
Per questo, fin dal medioevo, fu regolamentata la costruzione di mulini e pescaie e fu imposto di lasciare passaggi per le imbarcazioni, chiamati “calloni”, ma allora come ora le regole venivano spesso disattese.
Il traffico commerciale lungo le vie d’acqua era molto importante e in particolare in questa zona arrivavano i legnami dalle foreste del Casentino e del Pratomagno. Si chiamavano “foderi” le zattere fatte di più tronchi collegati che la corrente trascinava a valle.
Navicelli o beccolini erano chiamate le imbarcazioni a fondo piatto, con pescaggio più o meno profondo per trasportare merci o materiali da costruzione.
A Limite sull’Arno, ancora nel 1923, famosi maestri d’ascia costruivano navicelli fino a 30 braccia (17,40 metri) con una portata di carico fino a 40 tonnellate, usando tavole di quercia stagionate per anni, affogate nell’acqua dell’Arno.
Il fiume, non contenuto entro stretti argini, aveva poca profondità e una lunga pertica, che faceva leva sul fondo, aiutava i navicellai a spingere la barca.
Si prosegue lungo l’argine (in tempi di “magra” e possibile seguire uno stradello sul fiume, altrimenti, più in alto, si percorre Via della Funga).
Si attraversa il Fosso delle Grazie che scende da Settignano; è interrato nel suo ultimo tratto e funziona da collettore fognario.
Fin dai tempi dei primo insediamento romano un sistema di canali permetteva di scaricare le acque delle fogne nel fosso alimentato da da torrenti e piccoli corsi d’acqua e poi in Arno.
Si raggiunge un complesso di edifici protetto da alti bastioni contro le piene dell’Arno: anche qui un tempo c’era un mulino.
Ancora a pochi anni fa, vi approdava un traghetto, la “nave” che collegava le due sponde poiché, fino alla fine dell’Ottocento, i primo ponte a monte della città era il Ponte alle Grazie.
Ponte della ferrovia a Sant’Andrea a Rovezzano
Affacciandosi sul fiume, si vede il più recente ponte sull’Arno: primo attraversamento sul fiume a monte di Firenze, riservato alla nuova linea ferroviaria tra Roma e Milano.
Val la pena annotare caratteristiche della struttura, materiali e traffico da confrontare con gli altri attraversati dal nostro itinerario.
Guardando la riva opposta
A valle del ponte della ferrovia si vede il primo affluente dell’Arno, il Rimaggio.
Scendendo lungo il greto si vedono argini più o meno recenti comprese mura di difesa del “Pignone di Rovezzano” (pignone = bastione) e l’area dove approdavano i navicelli dei renaioli.
Lungo le sponde, in appositi spiazzi, il materiale raccolto era vagliato da reti a maglie più o meno grosse per separare “pillori” e “frombole” (sassi resi rotondi dal fiume e usati come come materiale da costruzione o lanciati dai frombolieri, soldati muniti di fionda), ghiaie, “renone” ( rena grossolana, usata insieme a calce o cemento per legare pietre e mattoni) e “rena fine” per gli intonaci.
A fine Ottocento, decaduta l’importanza del traffico commerciale fluviale, con la costruzione delle prime ferrovie, i renaioli furono gli ultimi ad abbandonare il lavoro sul fiume.
Ancora si intravede una struttura funzionante per il vaglio di materiali da costruzione anche se la riforniscono i camion, piuttosto che i navicelli e i renaioli, che trasportano i materiali dragati meccanicamente dal fiume provenienti anche da altre zone. A valle del Pignone di Rovezzano c’è l’altro approdo del traghetto con il vecchio argano che tendeva il canapo tra le due rive perguidare la “nave”.
Abbandonata sulla riva c’è una piccola imbarcazione costruita e usata recentemente per una festa sul fiume.
L’intero Quartiere oltre la riva è chiamato della Nave a Rovezzano.
Continuando si raggiunge il Ponte di Varlungo.
Il torrente Mensola raggiunge il fiume, scendendo da Montececeri, dopo essere stato interrato nella zona di pianura sotto la ferrovia e l’area di Rovezzano.
Ponte di Varlungo p1
Rampe di scale permettono di salire sul ponte, attraversarlo e scendere sulla riva opposta.
Il nome di Varlungo fu dato al borgo che sorse a monte di Firenze in una zona attraversata da rami del fiume ( da cui una possibile origine del nome: ‘vadum longum’) e su cui si era formata una foresta alluvionale simile a quella esistente a valle di Firenze (l’altra possibile origine del nome è da ‘Waldung’ = bosco grande).
Il ponte viadotto di Varlungo è stato recentemente realizzato, su progetto dell’architetto Bacci.
Anche qui vale la pena di annotare caratteristiche della struttura, materiali e traffico da confrontare con gli altri ponti del percorso.
Riva sinistra
Scendendo dal ponte, per uno stretto viottolo, si accede al viale dell’Albereta.
Il viale è così chiamato perché tracciato da una lunga piantata di pioppi, tra la riva del Fiume  e gli impianti dell’acquedotto dell’Anconella, così detto da un antico casale mediceo.
Subito dopo il ponte c’è uno scolmatore e una stazione per la registrazione del livello del fiume.
Non essendoci intorno alla città sorgenti con considerevole portata di acqua, l’approvvigionamento idrico urbano è sempre stato garantito da pozzi che attingevano alla falda idrica sotterranea.
I romani avevano inoltre costruito un acquedotto alimentato dalle acque delle sorgenti di Montemorello.
L’acquedotto dell’Anconella era alimentato da numerosi pozzi che prelevavano l’acqua dalla falda idrica sotto il livello del fiume a monte della città piuttosto che prelevarla direttamente.
Diverse condizioni di inquinamento delle acque e differenti tecniche di potabilizzazione hanno ridotto i prelievi dai pozzi a momenti di particolare scarsità di portata del fiume.
La capacità dell’impianto dell’Anconella è di 3800 litri al secondo.
Poco prima del Ponte da Verrazzano arriva in Arno uno scolmatore fognario.
L’accesso alle strutture dell’acquedotto per visite guidate è possibile se programmato e concordato con i responsabili. http://www.comune.firenze.it/servizi_pubblici/ambiente/acqua/ciclo/acqua_home.htm
Acquedotto dell'Anconella, Via Villamagna 39, Firenze. Visita guidata su prenotazionedalle 10.00 alle 13.00, tel 055 6862424 - a cura di Publiacqua.
Guardando la riva opposta
Il tracciato dei lungarni è di recente formazione e prevede arretrate le abitazioni del quartiere detto di Bellariva, determinando una fasia di giardini pubblici che fanno “bella” e tranquillamente percorribile tutta la riva.
Si raggiunge Piazza Ravenna e il Ponte da Verrazzano.
All’imposta dell’arcata del ponte si incontra la prima struttura sportiva legata al fiume.
Ponte Giovanni da Verrazzano p1
Seguendo il marciapiede si attraversa il Ponte da Verrazzano.
Ponte ad una sola arcata progettato dall’architetto Leonardo Savioli e costruito subito dopo l’alluvione del 1966 per collegare due aree in cui notevole era stata l’espansione edilizia: Gavinana e la zona degli Orti di Piagentina lungo il torrente Africo.
Annotare caratteristiche della struttura, materiali e traffico.
Riva destra
Si prosegue attraversando i giardini del Lungarno Colombo e del Tempio.
Tra i due Lungarni, il torrente Africo che sfocia in Arno, riaffiorando dopo essere stato intubato dalla zona del Salviatino, costringe ad abbandonare per breve tratto il sentiero lungo il Fiume.
In questa zona ancora restano tracce di strutture balneari sul fiume (ora ristoranti e circoli ricreativi) frequentate fino apochi anni fa, quando l’inquinamento delle acque ha proibito la balneazione in Arno.
L’intero percorso fino al Ponte San Niccolò, attraverso gli “Orti di Piagentina”, è particolarmente ricorrente nei quadri dei pittori macchiaioli fiorentini (Lega, Polloni).
Nel museo “Firenze com’era” è conservata la raccolta di disegni di Polloni intitolata: Dal Ponte di Ferro alla Casaccia.
Guardando la riva opposta
L’intera sponda, fino al successivo ponte è occupata da circoli con attrezzature sportive di canottaggio, canoa e nuoto.
In tempi di scarsa portata del fiume si può continuare il percorso passando sotto il ponte, fino alla pescaia di San Niccolò e qui attraversare il fiume.
La Torre Reale ( attuale Piazza Piave) segnava l’inizio dell’ultima cinta di mura con, a sinistra, la Porta della Giustizia ( poco oltre erano le forche per i condannati a morte).
">La Pescaia era un prolungamento di difesa sul fiume, tra le mura di qua e di là d’Arno.
Gli scantinati della Torre, collegati alla pescaia che ne garantiva uno stabile apporto d’acqua, si dimostrarono adatti a collocarvi i magli dell’officina dove si coniavano le monete fiorentine (Fiorini d’oro e Guelfi d’argento) prodotte dai maestri della Zecca.
Trasferite le officine che coniavano monete presso gli Uffizi , la torre e i lungarni collegati si chiamarono della Zecca Vecchia.
Per raccordare al centro la via Aretina che scendeva da Bagno a Ripoli e arrivava alla vecchia Porta Romana di San Niccolò, nel 1317, fu progettato il Ponte reale che non fu mai terminato, ma di cui fu impostato il primo arco, sulla riva destra, all’inizio della pescaia tuttora esistente.
Sulla Torre fu costruito un serbatoio d’acqua per assicurare l’approvvigionamento idrico alla zona circostante.
Da qui parte un importante canale della rete di fognature urbane, costruito per raccogliere tutti i condotti che, fino al secolo scorso, portavano direttamente nel fiume gli scarichi dell’intera area contenuta entro le mura per convogliarli a valle del centro urbano.
La pescaia, che ha perso molte delle sue funzioni, ne ha acquistata un’altra: il salto delle acque fa evaporare l’ammoniaca, presnte in percentuali rilevanti, abbassando il tasso di inquinamento legato a questa sostanza. Notevoli sono le differenze tra le analisi a monte e a valle delle varie pescaie.
Ponte San Niccolò p1
Se la pescaia non è percorribile, si attraversa il ponte San Niccolò.
L’ultimo Granduca di Toscana, Leopoldo II, decise di dotare la città di due nuovi ponti per collegare le nuove espansioni a monte e a valle dell’antico centro urbano.
Fu decisa così la costruzione dedicata a San Ferdinando, in onore al padre del Granduca, e ne fu dato incarico, per la costruzione, ad una ditta francese particolarmente quotata nell’applicazione delle nuove tecnologie del ferro e dell’acciaio.
La ditta Seguin realizzo la costruzione nel 1837, a proprie spese, e fu fissato un pedaggio di un soldo a persona per ogni attraversamento per oltre 100 anni.
In città fu realizzato il primo ponte non in muratura, ancorato a tiranti di acciaio che, caduto il Granducato, fu chiamato di San Niccolò.
Il pedaggio fu riscattato dall’amministrazione nel 1910, mentre il ponte cessò di essere sospeso, perché rinforzato da tralicci necessari per sostenere il passaggio delle nuove vetture pubbliche a trazione elettrica: i tramway, detti tranvai.
Distrutto dai bombardamenti del 1944, il ponte fu provvisoriamente ricostruito dagli alleati e negli anni ’50 fu ricostruito su progetto dell’ingegner Riccardo Morandi.
Annotare caratteristiche della struttura, materiali e traffico.
Riva sinistra
Si percorrono i lungarni Cellini e Serristori.
Poco dopo il ponte si immette nel fiume un piccolo collettore di scarichi di fogne.
Caratteristica struttura del lungarno (illuminato da lampioni, un tempo a gas), incassato da alte spallette che impediscono all’acqua di entrare, ma anche alla vista di uscire a spaziare sul fiume.
I lungarni Cellini e Serristori furono progettati e creati dalla ristrutturazione urbanistica ottocentesca che distrusse gli edifici preesistenti, affacciati sulla riva del fiume.
La pescaia di San Niccolò alimentava gora e “Muline di San Niccolò” di proprietà del convento di San Miniato al Monte.
Qui approdavano i navicelli dei renaioli e si poteva accedere alla gora per la balneazione.
Nel Piano previsto dal Poggi i mulini furono sostituiti dal primo acquedotto cittadino, detto delle “macchine dell’acqua” (per la potabilizzazione) costruito dove ora sono i giardini sul fiume davanti a Piazza Poggi, demolito nell’ultima guerra.
Più a valle si affacciava sul fiume la passeggiata Serristori, realizzata nel giardino del palazzo omonimo, fino al padiglione costruito all’imposta del Ponte alle Grazie, a confine con la gora e le “Muline dei Renai”, sempre alimentate dalla pescaia di San Niccolò.
Qui c’erano un approdo per i navicelli dei renaioli e un altro impianto per la balneazione molto economico.
Il tracciato del lungarno ha distrutto mulini, gore, approdi, bagni e passeggiata.
Poco oltre salendo di quota si trovano i serbatoi di Carraia che, prima dell’impiego delle pompe, azionate per assicurare la necessaria pressione nelle condutture dell’acquedotto, raccoglievano l’acqua di di un piccolo corso e di una sorgente e la distribuivano per caduta.
Guardando la riva opposta
Lungarno della Zecca Vecchia
Sulla torre della Zecca nel Settecento fu costruito un serbatoio d’acqua che alimentava, tra l’altro, orti e “giardini di delizie”.
Iltracciato del lungarno è ottocentesco: prima si affacciavano sull’Arno orti e campi dell’Isola d’Arno (Santa Croce).
Piazza Cavalleggeri
Si vede l’arrivo di uno scolmatore.
Durante l’alluvione del 1966 avvenne la prima tracimazione oltre le spallette distrutte dalla piena.
Lungarno delle Grazie
Qui iniziavano i primi lungarni che proseguivano fino a Piazza Goldoni, tracciati con la costruzione dell’ultima cinta di mura nel Trecento.
Ponte alle Grazie p1
Si attraversa il ponte
Nel 1237, quando era podestà Rubaconte da Mondello, fu deciso di costruire il terzo ponte fiorentino per collegare il quartiere di San Niccolò all’Isola d’Arno, oltre la Porta dei Buoi (all’altezza della rampa davanti a Piazza Mentana).
Contemporaneamente al ponte, che fu detto di Rubaconte, fu interrata l’area del vecchio porto romano tra Piazza Mentana, Via della Mosca e Via dei Neri.
Il ponte fu costruito a nove arcate di cui le più strette, guardavano un’area che funzionava da invaso scolmatore nelle numerose piene (i fondacci o “mollaie” dei Renai da cui si ricavava una buona “rena fine”, mentre le più ampie attraversavano il corso del fiume.
Il ponte, con numerose e forti “pigne” (piloni delle arcate) rimase in piedi con l’alluvione del 1333 e ben presto cominciarono a essere costruiti tabernacoli, poi oratori e romitori poggiati sui piloni delle arcate più ampie, mentre le “Muline dei Renai” sormontarono le ultime due arcate.
Da un oratorio dedicato alla Madonna delle Grazie derivò il successivo e attuale nome del ponte.
Trasferite le romite in altri monasteri, le piccole costruzioni diventarono abitazioni con botteghe, ma furono tutte travolte da una nuova alluvione nel 1557, che risparmiò la struttura portante. Le abitazioni con le botteghe furono ricostruite e dall’ultima casetta, verso i mulini dei Renai, si scendeva alla Buca del Cento, dove si poteva fare il bagno e, con “un quattrino” avere anche un asciugamano.
A fine Ottocento le casette furono distrutte per costruire marciapiedi che proteggessero i pedoni dal traffico delle carrozze, omnibus e tram.
Nel 1944 il ponte fu bombardato, distrutto e ricostruito nel 1957 su progetto degli architetti Michelucci, Detti, Gizdulich, Santi e dell’ingegner Melucci.
Annotare caratteristiche della struttura, materiali e traffico.
Riva destra
Lungarno Diaz, Piazza Mentana
Poco oltre l’inizio di Via de’ Benci, Tra via de’ Neri e Corso Tintori, era il vertice Sud-Est della penultima cinta di mura.
Nell’area compresa tra l’attuale Piazza Mentana, Via della Mosca, e Via dei Neri, si trovava il porto fluviale attivo in epoca romana, interrato all’epoca della costruzione del Ponte alle Grazie. Tuttavia, in questa zona, spostato sul fiume, funzionò per tutto il Medioevo lo Scalo dei Foderi (zattere costruite da tronchi collegati) per il trasporto del legname proveniente dalle foreste del Casentino.
Piazza Mentana ebbe il nome di Piazza delle Travi o dei Foderi.
Oltre lo scavo si trovava uno dei più grandi tiratoi appartenente all’Arte della Lana. I tiratoi erano strutture predisposte per tendere panni e filati ritorti e tinti.
Ancora nell’Ottocento, intorno all’attuale rampa, era un approdo usato da legnaioli, renaioli e lavandaie che stendevano i panni nel vecchio tiratoio.
Piazza dei Giudici
Qui il primitivo corso del Mugnone che alimentava il fosso orientale (fosso di Scheraggio) a difesa delle mura romane, raggiungeva l’Arno.
Qui le mura Matildine raggiungevano il fiume.
Un mercato delle erbe (attuale Piazza dei Giudici) era tenuto oltre la Porta di Altofronte davanti all’omonimo castello costruito poco dopo il Mille, sul fiume, a difesa del vertice Sud-Est delle mura e del porto, ma distrutto nell’alluvione del 1333.
La ricostruzione mantenne gli edifici arretrati dalla sponda e fu creato il primo lungarno da piazza Goldoni a Piazza Cavalleggeri.
Lungarno Archibusieri
Costruiti gli Uffizi annessi al Palazzo dei Priori, dove si era trasferito dal Palazzo di Via Larga, Cosimo I volle costruire un corridoio che collegasse la sua residenza al nuovo palazzo acquistato da sua moglie, Eleonora di Toledo, dalla famiglia Pitti, oltre il Borgo di Piazza, nell’Oltrarno.
Il corridoio, realizzato dal Vasari, passa sopra il loggiato sul fiume, occupando in parte la zona del mercato del pesce (di cui resta traccia nella toponomastica: Piazza del Pesce), già funzionante in epoca romana.
La vendita del pesce fu trasferita nel Mercato Vecchio, sotto una loggia, sempre opera del Vasari, che a seguito degli sventramenti ottocenteschi che formarono Piazza della Repubblica, è ora ricostruita in Piazza dei Ciompi.
Sul lungarno ebbero le loro botteghe gli archibusieri, fabbricanti di armi da fuoco.
Guardando la riva opposta
Dalla spalletta, in corrispondenza degli Uffizi ci si affaccia sull’approdo dell’Associazione Sportiva Canottierei cui si accede dal Lungarno Archibusieri.
Dopo i giardini del Lungarno Torrigiani, ha inizio il tratto di sponda che ha mantenuto gli edifici affacciati sul fiume, anche se, in gran parte, sono ricostruiti dopo che l’intera zona intorno al Ponte Vecchio fu bombardata e e distrutta dalle mine dei tedeschi nel 1944 (guardando attentamente è facile notare gli edifici ricostruiti).
Ponte Vecchio p1
Seguendo il tracciato del Corridoio Vasariano si attraversa il ponte.
Il primo attraversamento dell’Arno, utilizzato per raggiungere la colonia romana di Florenzia, era una semplice passerella a monte dell’attuale ponte, probabilmente in corrispondenza dell’attuale Vicolo Marzio.
Tracciata la nuova Cassia (da Adriano) che raggiungeva Florentia dalla riva sinistra (attuale Via dei Bardi), il ponte fu ampliato e rinforzato da piloni in muratura, ma successive alluvioni lo distrussero e fu ricostruito in legno più a valle (1177, 1200, 1250).
Fu anche distrutto da incendi insieme alle piccole botteghe e case costruite sopra la carreggiata.
Infine rovinò per la terribile alluvione del 1333.
Fu ricostruito dove e come è tuttora, in muratura, risparmiato da successive piene, dai bombardamenti tedeschi del 1944 e dall’alluvione del 1966.
Il ponte fu costruito a tre arcate con 4 alte torri ai vertici, di cui una soltanto è ancora in piedi (all’angolo con via dei Bardi, mentre una fu distrutta per il passaggio del Corridoio Vasariano e le altre due dai bombardamenti).
Al centro era una loggia con affacciamento sul fiume e ben presto fu affiancata da botteghe dell’Arte dei Beccai (macellerie e affini), poi affidate anche ad altri commercianti di generi alimentari che costruirono in aggetto i loro fondi.
Sotto la loggia ci fu l’Osteria del Drago e un mercato delle erbe. Nel 1594 il Duca Ferdinando I, affidando il ponte alla gestione dell’Arte degli Orafi ne eliminò ogni altro commercio, al di fuori di laboratori e botteghe orafe.
I particolari sporti ancora usati in molte vetrine furono realizzati nel Settecento.
Il monumento a Benvenuto Cellini, artista orafo è dell’Ottocento.
Annotare caratteristiche della struttura, materiali e traffico.
Affacciandosi dal centro del ponte si possono osservare le differenze tra i lungarni con la caratteristica spalletta alta e case e palazzi che ancora si affacciano con ballatoi aggettanti direttamente sul fiume.
Riva sinistra
Borgo San Jacopo
La prima parte dell’antico borgo, recentemente ricostruita, permette un passaggio lungo il fiume a cui si accede dal Ponte Vecchio.
Guardando l’altra sponda si notano i confini della zona bombardata e ricostruita.
Tornati entri il borgo si alternano torri medioevali e palazzi rinascimentali fino a Piazza Frescobaldi.
Tornati sul fiume si attravers il Ponte Santa Trinita.
Ponte Santa Trinita p1
Edificato nel 1252 con struttura in legno, il ponte collegava Santa Trinita e le residenze delle nobili e ricche famiglie di Via Tornabuni a quelle dell’Oltrarno, tra cui i potenti Frescobaldi chemolto fecero per la costruzione di questo nuovo collegamento.
Rovinato per l’eccessivo numero di partecipanti ad una festa che era consuetudine svolgere sul fiume, fu ricostruito in pietra a 9 arcate come il Ponte di Rubaconte, ma l’alluvione del 1333 lo abbatté ancora.
Passarono alcuni anni prima che si decidesse di ricostruirlo (su progetto di Taddeo Gaddi, a 6 arcate), non essendo indispensabile come quello alla Carraia, usato per i collegamenti commerciali con l’Oltrarno o il primo ponte di Firenze.
Nuovamente rovinato nella piena del 1547, Cosimo I decise di ricostruirlo come solenne attraversamento del fiume dei cortei granducali che dal Palazzo, percorrendo le vie ampliate lungo il perimetro delle mura matildine e via Maggio (maggiore) raggiungevano Palazzo Pitti.
Il ponte, in pietra forte proveniente dalle cave di Boboli, a tre arcate con piloni a punte acute per far scivolare i materiali trascinati dalle piene e permettere all’acqua di sfociare senza farlo rovinare, fu progettato dall’Ammannati, e probabilmente collaborò Michelangelo.
Fu il ponte delle feste scenografiche dell’epoca Granducale, adornato con statue delle 4 stagioni ai primi del Seicento e solo le mine tedesche riuscirono a distruggerlo ancora una volta.
Dopo lunghe discussioni per la sua ricostruzione fu deciso di usare gli stessi materiali di prima (su una struttura di cemento armato), riaprendo cave di pietra nel Giardino di Boboli, e seguendo una probabile iniziale curvatura delle arcate ricostruita dall’architetto Gizdulich.
Terminato nel 1957 ha resistito all’alluvione del 1966.
Annotare caratteristiche della struttura, materiali e traffico.
Un’asta graduata, alla base del Convento, ora sede dell’Istituto Magistrale Capponi, quasi completamente coperta da un fico che le è cresciuto accanto, riporta l’altimetria sul livello del mare.
Lungo le spallette del fiume si trovano anche idrometri per il controllo del livello del fiume.
Riva destra
In questa zona, in epoca medioevale, sfociava in Arno il Mugnone deviato a formare il fosso esterno di difesa delle mura matildine.
Poco arretrato rispetto al fiume si trovava il vertice Sud-Ovest delle mura matildine.
Lungarno Corsini
Fu il più antico lungarno usato come passeggiata, riparata dai venti di tramontana e ben soleggiata su cui affacciano importanti palazzi rinascimentali.
Nel terzo palazzo appartenuto ai Gianfigliazzi, soggiornò Alessandro Manzoni durante la stesura dei Promessi Sposi. E inviandone una copia alla Signorina Luti vi appuntò la frase “Madamigella Luti gradisca cenci da Lei risciacquati in Arno, che le offre, con affettuosa riconoscenza, l’autore” (diverso è il senso del testo della lapide a ricordo, dove pare che Manzoni abbia fatto direttamente il ‘bucato’, senza aiuto di lavandaie).
Fotografie documentano che sul fiume, in questo tratto, fu aperto un caffé galleggiante.
Guardando la riva opposta
Lungarno guicciardini
Si affacciano sul fiume facciate di palazzi rinascimentali e ottocenteschi con giardini pensili, più facili da mantenere su questa sponda, meno esposta ai raggi del sole.
Ponte alla Carraia p1
Piazza Goldoni
Qui sfociava il Mugnone deviato oltre la penultima cinta muraria che qui aveva i vertici Ovest dell’insediamento di qua e di là d’Arno.
Il Ponte Nuovo fu aperto nel 1220 per permettere i collegamenti tra i laboratori per la lavorazione e tintura della lana impiantati dai frati di Ognissanti e analoghe strutture sorte Oltrarno, intorno al convento di Santo Spirito.
Il ponte, destinato ad un traffico molto intenso di carri che trasportavano merci, fu detto alla Carraia.
Rovinato, provocando una vera tragedia, in occasione di una grande festa per Calen di Maggio del 1304, fu ricostruito, ma l’alluvione del 1333 lo travolse ancora e questa volta fu riedificato in muratura.
Altre piene del fiume lo danneggiarono, specialmente quella disastrosa del 1557, ma tutte le volte il ponte fu ricostruito in fretta per la sua utilità nel traffico commerciale tra i quartieri delle due sponde.
Nell’Ottocento intorno al ponte, per la festa di San Giovanni, furono organizzati spettacoli pirotecnici.
Anche questo ponte fu distrutto dai tedeschi e ricostruito su progetto dell’architetto Ettore Fagiuoli.
Annotare caratteristiche della struttura, materiali e traffico.
Riva sinistra
Lungarno Soderini
Accanto al ponte, parallele all’Arno, erano le case con giardino dei Soderini, famiglia “approdata” verso la città da Signa e di cui fecero parte numerosi Priori dell’Oltrarno e Gonfalonieri.
Più a monte era l’approdo della pescaia di Ognissanti (ora di Santa Rosa) con mulini e attracco di renaioli, più oltre chiese chiese e conventi con orti e un tiratoio, di cui resta traccia nella toponomastica (Via del Tiratoio).
L’intero lungarno era difeso con mura merlate costruite nel Cinquecento.
Se la portata del fiume lo consente è possibile scendere sulla riva e attraversare la pescaia.
Guardando la riva opposta
Oltre il Ponte alla Carraia i lungarni si interrompevano e gli edifici si allineavano rivolti verso il Borgo Ognissanti mentre sul fiume, a metà cinquecento i Ricasoli costruirono la Vagaloggia, residenza con annesso “giardino di delizie” fin sulla riva, dove era anche un mulino.
Al loro posto è ora il tracciato dei nuovi lungarni previsti dalla ristrutturazione urbanistica di fine Ottocento.
Ponte Vespucci p1
Nel 1957 fu inaugurato il ponte dedicato al Navigatore, la cui famiglia abitava nel borgo di Ognissanti.
Il progetto, degli architetti Enzo e Giuseppe Gori e Nelli e dell’ingegner Morandi, nacque per collegare il quartiere di San Frediano al centro e alla Stazione Centrale, cercando di risolvere l’isolamento e il degrado del vecchio quartiere artigiano: intenti non approdati al fine perché le due parti della città resteranno divise, separate dalla barriera, non del fiume, ma dei palazzi costruiti sui lungarni.
Annotare caratteristiche della struttura, materiali e traffico.
Riva destra
Lungarno Vespucci
La Porticciola del Prato, aperta sull’ultima cerchia di mura (circa davanti all’attuale Villa Favard) permetteva di accedere al fiume dove erano i mulini e le gualchiere di Ognissanti per cui era stata costruita la pescaia.
">La pescaia costituiva anche una difesa militare e commerciale, barriera sul fiume per il pagamento di gabelle e dazi, dove era considerevole il traffico di merci.
Dalla Porticciola, partiva anche lo Stradone delle Cascine, che collegava all’omonimo bosco-riserva di caccia medicea.
A metà del Cinquecento Cosimo I fece costruire il Canale Macinante che alimentava mulini e altre strutture produttive nell’interno, sfociava nel Bisenzio e fu usato anche come scolmatore.
Le iscrizioni sulle lapidi del bastione costruito sulle strutture di regolazione della pescaia ricordano importanti lavori di idrailica per il deflusso delle acque fatti a metà Seicento e Ottocento, quando si pensò alla creazione di un emissario del fiume utile anche in caso di piene.
Nel 1988 in fine fu realizzata qui la canalizzazione di prelievo dell’acqua del fiume da immettere nelle strutture di potabilizzazione di Mantignano, oltre l’Isolotto. Griglie e cateratte permettono di regolare l’afflusso e il deflusso delle acque in rapporto al livello del fiume.
Nell’Ottocento in questa zona erano i bagni della Vagaloggia: con stabilimenti molto ricercati rispetto a quelli economici ricordati intorno ai mulini di San Niccolò.
Più a valle, oltre l’ultima cinta di mura, sfociava il Mugnone e poco oltre era la zona della Sardigna dove venivano scaricati i rifiuti.
Guardando la riva opposta
Dal torrino di Santa Rosa partiva il tratto Sud -Ovest dell’ultima cinta di mura dell’Oltrarno.
A ovest delle mura,dove nel Cinquecento furono costruiti bastioni, risalendo dalla zona di Monticelli, si spostò il porto fluviale a valle della città.
Le grosse pigne, bastioni di rinforzo per assalti militari, dettero il nome al borgo che fu chiamato Pignone.
Qui attraccavano i navicelli di cui abbiamo parlato all’inizio dell’itinerario e notevole fu il trasporto di merci da Pisa e Livorno, quando le due città furono collegate da un apposito canale. Per questo il borgo del Pignone era formato soprattutto da magazzini.
Costruita la prima linea ferroviaria che collegava Firenze e Livorno e decaduta l’importanza dei trasporti commerciali fluviali, rimasero i renaioli a fare scalo e lavorare intorno a questa zona.
Ultima struttura produttiva a funzionare, collegata in parte e vicina la fiume, fu la fonderia del Pignone per la produzione di tubi e fusioni di ghisa, dove tra l’altro furono fusi i lampioni che illuminano le spallette dei lungarni.
Ponte alla Vittoria p1
Come ricordato per il Ponte San Niccolò, l’ultimo Granduca di Toscana, leopoldo II, decise di dotare la città di due nuovi ponti a monte e a valle dell’antico centro urbano con uguali caratteristiche strutturali (in acciaio, sospeso).
La ditta Seguin realizzo la costruzione nel 1835, a proprie spese, e fu fissato un pedaggio di un soldo a persona per ogni attraversamento per oltre 100 anni.
Proteste popolari fecero togliere il pedaggio per i pedoni lasciandolo per animali, carrozze e poi automobili.
Il ponte fu chiamato di San Leopoldo.
Nel progetto urbanistico ottocentesco i due ponti completavano un anello intorno alla città tramite i nuovi viali di circonvallazione e il Viale dei Colli.
Il Ponte di San Leopoldo collegava la prima stazione ferroviaria, chiamata Leopolda (sui viali di circonvallazione presso Porta al Prato) all’Oltrarno.
A ricordo della battaglia di Vittorio Veneto della Prima Guerra mondiale, in sostituzione di quello sospeso, fu deciso di costruire un ponte in muratura che fu chiamato della Vittoria.
Distrutto dalle mine nel 1944 è stato ricostruito su progetto degli architetti Baroni, Bartoli, Gamberini, Maggiora e dall’ingegner Focacci.
Annotare caratteristiche della struttura, materiali e traffico.
Riva sinistra
Si segue uno stradello sull’argine del fiume che parte dal Lungarno del Pignone, fino a raggiungere la passerella pedonale.
In questa zona, chiamata di Monticelli, era il primitivo porto d’Arno, poi spostato verso verso i bastioni della Porta a San Frediano. Il borgo manteneva il nome di Pignone e le caratteristiche già ricordate, abitato da navicellai, barocciai, spedizionieri e renaioli. Qui si immette in Arno il più grosso collettore fognario dell’Oltrarno, affiancato da altri minori provenienti dal quartiere dell’Isolotto, iniziato a partire dal 1950, così chiamato percé realizzato su un’isola formata da un ramo del fiume che passava poco oltre via Bronzino.
Guardando la riva opposta
In questa zona il lungarno diventa un viale del Parco delle Cascine.
Passerella dell’Isolotto
Costruito il quartiere residenziale dell’Isolotto fu decisa la costruzione di una passerella per collegare gli abitanti al Parco delle Cascina.
Riva destra
Piazzale Kennedy, Viale dell’Indiano
Lo stradone che si formava parallelo al fiume, Oltre la Porticciola del Prato, raggiungeva una vasta foresta, formatasi in un’area a valle della città, su un’isola formata da un ramo del fiume e attraversata da altri corsi minori che se ne distaccavano.
Spesso invaso dalle piene che formavano paludi e stagni, il bosco era ambiente adatto alla caccia.
Proprietà dei Medici ai primi del Cinquecento, la foresta cominciò ad essere attraversata da viali e incrementata da piantagioni di altre specie botaniche.
A fine Settecento gran parte della foresta era trasformata in parco, chiamato delle Cascine, arricchito di edifici, suddiviso in aree con differente destinazione e aperto al pubblico.
Nel 1861, in occasione dell’Esposizione Italiana, nella zona verso la stazione Leopolda, sopra un’area di 5 ettari, fu aperto al pubblico un giardino zoologico con serre per piante tropicali, smantellato nel 1880 con le ristrutturazioni previste nel progetto del Poggi.
Lungo tutto il viale che costeggia il Parco sono dislocati numerosi pozzi che prelevano l’acqua dalla falda idrica e la convogliano nell’acquedotto.
Piazzale dell’indiano
Alla confluenza dei due corsi d’acqua, Mugnone e Arno, secondo il rito bramino, religione a cui apparteneva, veniva cremato Raiaram Cottaprutti, Maharajah di Kolopoor, morto a Firenze il 30 novembre 1870.
Il monumento ricorda questo evento, del tutto inconsueto sulle rive di questo fiume, dove, più o meno evidenti, restano le tracce di una storia che unisce uomini e fiume di una cultura e di una struttura sociale profondamente differenti.
Unico elemento costante è il fiume che ancora una volta svolge il suo consueto compito di raccordo.
Passerella sul Mugnone
A fianco del Piazzale una passerella permette di attraversare l’attuale tracciato del Mugnone, per l’ultima volta deviato. Poco oltre si accede al passaggio pedonale sotto il viadotto dell’Indiano.
Viadotto dell’indiano p1
L’espansione recente della città sulle due sponde del fiume ha portato nuove aree da collegare tra di loro e con i tracciati delle più importanti vie di comunicazione, vecchie nuove, a scala provinciale, regionale e nazionale.
Da qui l’esigenza di un nuovo ponte per un traffico differente da quello fin qui osservato, analogo a quello previsto, a monte, per il Ponte-Viadotto di Varlungo.
Traffico motorizzato e pedonale sono qui nettamente divisi non essendo più sufficienti i marciapiedi  a garantire la sicurezza dei passanti.
Il ponte strallato è stato progettato dagli architetti Montemagni e Sica e dagli ingegneri De Miranda e Cini.
Annotare caratteristiche della struttura, materiali e traffico.
Affacciandosi dal passaggio pedonale
Continua lo sviluppo residenziale dell’Isolotto e San Bartolo a Cintoia protetto da un argine in terra che prosegue fino al Viadotto dell’Indiano.
Sulla riva, pale meccaniche, camion e ruspe, scavano e dragano le rive del fiume, mentre intorno si accumulano rifiuti e scarichi incontrollati.
Si intravedono le strutture dell’Acquedotto di Mantignano alimentato da condutture che abbiamo visto partire dalla pescaia di Santa Rosa, capace di immettere nell’acquedotto 750 litri al secondo. È collegato a numerosi pozzi che attingono alla falda che in questa zona è ad un livello superiore  a quella del fiume e quindi non ne risulta inquinata. I pozzi hanno una portata di 160 litri al secondo.
Quasi nascosto dalla vegetazione si vede l’ultimo attraversamento dell’Arno ancora in territorio fiorentino, oltre la confluenza della Greve:
Il Viadotto dell’Autostrada del Sole
Tornati sulla riva destra dell’Arno, seguendo la Via di San Biagio a Petriolo, si raggiunge la Via Pistoiese dove l’autobus n° 35 ci riporterà in centro. <http://www.ataf.net/>
È possibile anche il rientro in treno dalla stazione delle Cascine, cui si accede da Via del Camposanto.
Sotto il Viadotto dell’Indiano ancora funzione un’antica fonderia per fusioni in ghisa.
Museo storico topografico di “Firenze com’era”
# La visita al Museo permette di confrontare e rintracciare nei molteplici documenti sullo sviluppo urbano di Firenze, quanto osservato lungo il percorso.
Accesso da Via dell’Oriolo 24.
http://www.comune.firenze.it/servizi_pubblici/arte/musei/e.htm>
 
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